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La casa in una bottiglia. I. Il viaggio

2020-12-08 09:51

Scirocco

In viaggio verso Lucìe,

La casa in una bottiglia. I. Il viaggio

“Casa era quella”. A Scillato, una delle porte del Parco delle Madonie. Tra la campagna e la montagna, a un’ora di macchina da Palermo, verso occidente.

 

 

 

 

 

“Casa era quella”. A Scillato, una delle porte del Parco delle Madonie. Tra la campagna e la montagna, a un’ora di macchina da Palermo, verso occidente. Casa, per Samantha Di Laura, era la casa di nonna Nina, quella rimasta sempre uguale, nei racconti e nella vita di una bambina nata a Vercelli da genitori siciliani. Originari, appunto, di una parte della Sicilia che poco risponde allo stereotipo della terra brulla e secca: verdi, pieni di sorgive, le Madonie sono in aperto contrasto con le valli gialle e i pendii pietrosi del centro della più grande isola del Mediterraneo.

Nella casa di nonna Nina, la nonna paterna, Samantha veniva portata appena finiva la scuola. Come s’usava a quel tempo, con un lungo viaggio dal Piemonte alla Sicilia, in macchina attraverso l’Italia uscita da poco dal boom degli anni Sessanta. Samantha passava a Scillato la lunga estate, tre mesi assieme a nonna Nina, figura considerata sino ad oggi, per lei, una sorta di nume tutelare per la forza tranquilla e la serenità.

“Non mi mancavano i miei genitori, anche se ero molto piccola. E’ che la casa di nonna era rimasta sempre la stessa, una sorta di punto di riferimento. Ma non era solo una questione di luoghi. Era mia nonna che mi infondeva la forza. Non solo allora, da piccola, ma anche nelle prime esperienze da manager. In Spagna, per esempio, quando a 31 anni sono approdata in Ebrofoods, un gigante: il primo produttore, con Herba, di riso confezionato al mondo. In quel momento, al mio ingresso, ero l’unica donna manager, una giovane donna di 31 anni in un contesto solo maschile, di dirigenti che avevano, all’anagrafe, almeno vent’anni più di me”.

È in questi momenti, così lontani dalla Sicilia, che il ricordo di nonna Nina compare. “Nelle riunioni pensavo sempre a una scena – racconta Samantha Di Laura -. Mia nonna mi prendeva per mano, riempiva un secchio d’acqua con i fiori freschi e assieme andavamo al cimitero del paese per pulire la tomba di mio nonno. Lei mi parlava sempre di quest’uomo che amava tanto, e con cui il nuovo incontro, dopo la morte, era solo rimandato. È lei che mi ha reso serena di fronte alla morte, per la quale non ho repulsione. Ed è per questo che, quando nonna Nina è morta, alla metà degli anni Ottanta, la mia reazione è stata di estrema tranquillità: se n’era andata dal suo uomo. E io, per mio conto, ho continuato a parlare con lei, e a cercare la sua forza”

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Eppure, di questa figura tanto amata Samantha non porta il nome, nonostante all’inizio degli anni Settanta (Samantha è nata a Vercelli nel 1972) fosse molto comune dare ai figli il nome dei nonni. Un dettaglio? Per nulla. Dice invece molto del tessuto familiare e culturale in cui Samantha e le sue due sorelle sono cresciute. Genitori anticonformisti, li definisce l’imprenditrice. A partire proprio dal suo nome, un segno di quanto suo padre e sua madre fossero persone a cui quel tipo di Sicilia ostaggio della tradizione stesse molto stretta.

Qualche cenno della loro storia è importante per capire le scelte professionali e di vita di Samantha Di Laura. Erano arrivati perché la mamma di Samantha, Maria Agnese, si era decisa a fare il concorso nelle ferrovie, pur avendo una gran voglia di iscriversi all’università per poi poter insegnare. Risultato: concorso vinto, destinazione Vercelli. Maria Agnese si trasferisce assieme a suo marito in Piemonte, diventa una delle prime donne capostazione donna d’Italia. Una eccezione che ingenera, proprio per questo, reazioni a volte comiche. Come quando  si ricovera in ospedale per partorire la sua primogenita (Samantha, appunto). Il personale disbriga le pratiche del ricovero, e le chiede la professione. “E mia madre risponde “Capostazione”. “Non la professione di suo marito, signora. Le ho chiesto la sua, di professione”, e mia madre, di rimando “Appunto, Capostazione”.

“Nasce, dunque, Samantha. “Non c’erano Samanthe con l’acca, a quei tempi. I miei non volevano darmi il nome della nonna, e d’istinto mia madre scelse quel nome così inusuale. D’altro canto, lei era una donna che, in un momento di passaggio così importante per la storia italiana, aveva avuto occasioni rare. Una su tutte: nove mesi negli Stati Uniti, nel 1968, da sola a Miami, dove viveva suo zio e soprattutto sua sorella, amatissima, di cui avrebbe atteso con gioia nel corso degli anni successivi le lettere con il bordo rosso e blu targate Air Mail. Andare negli USA per nove mesi da sola a 26 anni, provenendo da un piccolo paese della Sicilia, è lo specchio della sua modernità. E infatti mia madre ha lottato per studiare, ha lottato anche per essere riconosciuta nel suo ruolo di capostazione, con un incarico superiore a quello di molti suoi colleghi maschi”.

Una famiglia anticonformista, dunque. Non solo per la figura della madre, ma anche per quella di suo padre, l’anima artistica, riflessiva, filosofica. Uomo informale, interessato all’essenza, il padre ha influenzato nel profondo – secondo Samantha – la sua dimensione spirituale, e anche la scelta, alla fine del liceo, di andare a studiare filosofia. “Ero stata programmata per fare medicina, facoltà che mio padre aveva frequentato, come uno dei migliori del corso, per poi abbandonarla poco prima di laurearsi. Ma io non volevo. Volevo iscrivermi a filosofia, scelta osteggiata da mia madre. E allora, nel tentativo di affrancarmi, ho detto che mi sarei iscritta a lingue orientali per studiare hindi. A sciogliere i nodi fu la mia professoressa di greco, che mi propose “Ma perché non studi invece l’arabo, che può darti più chance?”. Lei era andata alla Ca’ Foscari a fare ebraico antico, e io andai – come lei – a Venezia. Una scelta che ha segnato la mia vita”.

“L’arabo per me significava viaggiare. Uscire da un mondo occidentale conosciuto che cominciava veramente a starmi stretto. All’inizio volevo fare l’inviata di guerra. In fondo ho sempre avuto bisogno di confrontarmi con emozioni forti…”. L’università è per Samantha la scoperta delle sue molte passioni. L’arabo. La poesia. Il viaggio. Tutti pilastri che portano a Damasco, la città dove vive a vent’anni per nove mesi assieme a due amiche. Consolida la conoscenza della lingua, comincia a leggere la poesia in arabo, e della poesia era innamorata sin da bambina. Legge poesia takht el jasmin, sotto il gelsomino. Trova, insomma, la sua dimensione che è larga e oltre i confini di Vercelli. Comprensibile che quando torna nella sua città, Samantha si senta fortemente disorientata.

Eppure, è proprio a Vercelli che cerca lavoro, alla fine del percorso universitario. Vercelli, città del riso. E dopo i primi due mesi di lavoro in una piccola azienda, Samantha manda il suo curriculum all’Euricom, uno dei colossi del settore del riso. Fissato il colloquio, Samantha non si presenta perché sbaglia il giorno dell’appuntamento. Quando la chiamano dall’Euricom, si scusa per l’errore e pensa di aver archiviato un’occasione. È però l’amministratore unico dell’azienda, Mario Francese, a richiamarla al telefono per proporle di farlo lo stesso il colloquio. Francese era rimasto colpito da quella ragazza che a vent’anni se n’era andata da sola a Damasco. “Non si preoccupi, mi disse, se ha imparato l’arabo, attraversando da sola il Mediterraneo, può imparare anche questo mestiere”.

Così è stato. A Euricom la formano per sei mesi, facendole esplorare tutti i settori dell’azienda, dall’ufficio della logistica ai laboratori. “A 26 anni, ero già export area manager per il Medio Oriente, dove mi mandarono a contrattare i carichi di riso con importatori d’esperienza. Ero una giovane donna che contrattava in arabo, una sorpresa per i miei clienti, di cui sono riuscita a guadagnarmi la fiducia non solo per la conoscenza della lingua, ma soprattutto per la conoscenza di un modo di vivere e di agire. Quel mondo l’avevo imparato a conoscere nella mia vita a Damasco”.

A Euricom Samantha trascorre cinque anni fondamentali per la sua formazione. Cinque anni importanti anche per Euricom, visto che alla fine del suo percorso più del 60% del riso esportato verso paesi terzi a livello europeo passava dall’azienda. E quindi da lei. Era tempo, per Samantha, di continuare il suo viaggio, anche professionale, e di lasciare Vercelli, città troppo stretta per il suo sguardo ampio. La destinazione, stavolta, è la Spagna. Siviglia, per la precisione, uno dei centri dell’influenza araba nel Mediterraneo. Entra alla Herba, un vero e proprio gigante nel mondo del riso, e alla Herba continua a occuparsi di Medio Oriente.

Samantha, però, non si dimentica mai negli anni in Spagna di quella “casa” che non era a Vercelli e che non è neanche a Siviglia. Sulle pareti del suo ufficio, aumentano a dismisura le foto della Sicilia. Un desiderio inconscio che diventa palese quando suo cugino le parla per la prima volta di Settesoli e le propone di consegnare il suo curriculum direttamente al presidente della cooperativa vitivinicola siciliana, Diego Planeta. Samantha decide di andarci in vacanza, in Sicilia, con la sua più cara amica. Non torna sull’Isola già da quattro anni. È il 2006. Alla fine della vacanza, le due donne giocano all’Enalotto con il preciso scopo di mollare tutto e trasferirsi sull’Isola, come per scaramanzia: in aeroporto, al momento della partenza, sfogliano il giornale, scoprono di non aver vinto. “Ma se vengo a vivere in Sicilia faccio il San Giuseppe”.

Il “San Giuseppe”, un rito complesso di ringraziamento che a Scillato coinvolge buona parte del paese. L’imprinting dell’infanzia sale alla gola come un segno di quello che sarebbe successo.

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