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La casa in una bottiglia. II. Il ritorno a casa

2020-12-09 07:55

Scirocco

In viaggio verso Lucìe, vino bollicine, samantha di laura,

La casa in una bottiglia. II. Il ritorno a casa

È l’autunno del 2006. “Diego Planeta mi chiama mentre mi trovavo in uno dei miei tanti soggiorni di lavoro a Vercelli, dove Herba aveva un ufficio.

 

 

 

 

 

 

È l’autunno del 2006. “Diego Planeta mi chiama mentre mi trovavo in uno dei miei tanti soggiorni di lavoro a Vercelli, dove Herba aveva un ufficio. Vista la mia provenienza, fungevo infatti anche da ponte tra Siviglia Vercelli”, spiega Samantha. Appuntamento il mattino successivo alle 8 in un albergo di Milano. “La mia prima gaffe con Diego Planeta l’ho fatta prima ancora di conoscerlo. Scesa dal taxi, ho chiesto a un signore distinto che si trovava sul marciapiede a fumare una sigaretta se poteva indicarmi l’ingresso dell’hotel. Cosa che lui ha fatto, con quella gentilezza che poi ho imparato ad apprezzare nel corso degli anni. Quando sono entrata e ho chiesto informazioni alla reception, mi hanno indicato proprio quel distinto signore fuori dal portone”.

Samantha Di Laura e Diego Planeta conducono un incontro  conoscitivo. La giovane manager presenta le sue ‘credenziali’ professionali, e poi rientra in Spagna. Passano i mesi senza alcuna notizia dalla Settesoli. Alla fine di febbraio del 2007, Samantha trasloca in una casa in campagna, fuori da Siviglia, vicino a Guadalquivir. Sente la necessità di uscire dalla città e avere altri panorami, un’altra dimensione più vicina alle sue corde. Il sogno di una casa in campagna in Spagna dura, però, un solo giorno. Il I marzo Samantha riceve una chiamata da Diego Planeta invitandola ad andare a Menfi per un altro colloquio di lavoro, la chiameranno per i biglietti d’aereo. Di quel colloquio Samantha ricorda anche la durata: sei lunghe ore. L’offerta di lavoro si consolida, e la prima reazione di una donna originaria di Scillato è: “Urca, ora mi tocca fare San Giuseppe!”.

Samantha torna in Spagna, prepara la sua uscita da Herba e il suo trasferimento, si rompe una gamba cadendo da cavallo, prende lo stesso un aereo verso la Sicilia con l’ingessatura e le stampelle, a rischio di avere delle pesantissime ripercussioni sulla gamba. E il I luglio del 2007 approda finalmente a Menfi. Ha raggiunto un traguardo neanche tanto inconscio che si era prefissa fin da bambina, nonostante le fortissime perplessità dei suoi genitori. Compie, cioè il viaggio inverso, dal nord verso il sud. E torna a casa. Una casa che non è più la casa di sua nonna a Scillato, ma è la Sicilia. La casa, l’approdo in cui scegliere di lavorare e vivere.

L’approdo in Sicilia e l’ingresso in Settesoli è anche una bella sfida professionale. Samantha diventa direttore commerciale di Settesoli per il settore della GDO. Deve far entrare con una presenza importante il marchio Settesoli sugli scaffali della grande distribuzione. Un obiettivo nuovo per una manager che ha costruito la sua esperienza in ambito internazionale: l’Italia è un mercato estremamente sviluppato, per alcuni versi saturo, in cui la competizione è difficilissima. “Dal punto di vista professionale, l’esperienza in Settesoli mi ha tolto il rapporto con i paesi mediorientali, ma mi ha restituito l’Italia e mi ha permesso di confrontarmi con la nostra GDO, la più difficile del mondo”, spiega Samantha.

Un altro traguardo raggiunto, per lei, in otto anni di lavoro in Settesoli.

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“E ora?, mi sono chiesta. Per me è importante un cammino professionale fatto di tappe, di nuovi obiettivi. E allora me ne sono posto un altro: managerializzare e professionalizzare l’agricoltura italiana. Davanti a me ho avuto per anni un modello, Diego Planeta, contadino siciliano diventato imprenditore. Il mio fine, ora, è questo: portare le mie competenze e passarle ai contadini siciliani. Il che significa anche internazionalizzare, far comprendere che la conoscenza delle lingue straniere e delle esperienze all’estero – per esempio – sono atout fondamentali per far crescere un settore importante per la Sicilia. Non dimentichiamo che la Sicilia era, millenni fa, ed è ora il centro, il cuore del Mediterraneo, un luogo cerniera”. Samantha ha, sul potenziale della Sicilia, le idee chiarissime. “Le risorse naturali e le materie prime agricole, qui, sono infinite. E dal punto di vista imprenditoriale la Sicilia è, da ormai troppi anni, un luogo colonizzato da aziende che non hanno qui il loro centro. La Sicilia vende lo sfuso al nord Italia, che lo trasforma e monopolizza in questo modo il mercato. È per questo che, a mio parere, la Sicilia in generale deve cambiare quel suo modo di pensare che mette assieme la superbia e, allo stesso tempo, l’incapacità di fare impresa a tutto tondo, simboleggiata dalla svendita dei suoi prodotti. Del suo oro agricolo”.

Se questo è il problema di fondo, ciò non significa che la Sicilia non abbia mostrato, attraverso alcune imprese innovative, di poter agire diversamente. “Prendiamo il settore del vino”, spiega Samantha. “E’ ormai un brand riconosciuto in tutto il mondo, per esempio grazie a esperienze innovative come quelle di Donnafugata, di Giacomo e Gabriella Rallo. Ecco, io sogno di dare valore agli agricoltori siciliani e di far fare loro quel salto imprenditoriale necessario per il loro futuro. Perché io credo fortemente che l’agricoltura qui possa creare ricchezza. Che, per esempio, il biologico sia molto più facile qui in Sicilia”.

Sono state, tutte queste, ragioni bastanti per far compiere a Samantha Di Laura un altro passaggio di livello e farle prendere un’altra delle sue decisioni difficili e innovative. Creare la nel 2015 la propria società, la Scirocco Ethical Management. Il nome è importante: Scirocco è il soprannome che in famiglia Samantha ha sempre portato, un vento impetuoso e improvviso, come le sue scelte. E poi quell’aggettivo, “etico”, fondamentale nella storia professionale di Samantha Di Laura, una manager diversa dagli altri. Una manager “del terzo tipo”, né vecchio stampo né aderente allo stereotipo del manager d’assalto, che lascia a casa i sentimenti e i valori.

“Scirocco nasce su queste basi: per trasferire competenza agli agricoltori siciliani, e per fare impresa innovativa. Cioè, per creare prodotti innovativi, com’è il caso del mio olio, Oliove, in cui si riconosce un preciso valore nutraceutico all’olio e dunque anche un valore economico che non svilisca il prodotto. E poi l’ultimo nato. Per meglio dire, l’ultima nata, Lucìe”.

Lucìe, un vino, in un’isola che negli ultimi anni è stata sempre più conosciuta per il suo comparto vitivinicolo. Non è un azzardo? Cosa c’è di nuovo? “Non c’è mai stato, sinora, un vino iconico della Sicilia. Un vino iconico e nello stesso tempo democratico, per tutti. Di qualità, di tradizione, moderno, senza orpelli. Per bere Lucìe, e per berlo bene e con piacere, non c’è bisogno di essere sommelier, non c’è bisogno di avere il bicchiere giusto in una gamma di bicchieri importanti e speciali a seconda del vino. E anche il vitigno scelto, l’inzolia, dà nuova dignità a un vitigno lasciato per troppi anni nel dimenticatoio perché ricorda il vino dei contadini, il vino di famiglia, forte e poco gradevole. Così come abbiamo recuperato i grani antichi siciliani per le loro proprietà nutraceutiche, in un tempo di allergie crescenti, così voglio recuperare un antico vitigno. E farne la base per un vino democratico, per il quale serve solo un apribottiglie per aprire un semplice tappo a corona. Di quelli che si usano, ancora oggi, per tappare le bottiglie della salsa di pomodoro, in uno degli ultimi grandi riti rimasti in Sicilia. In fondo, anche quel tappo a corona mi ricorda Scillato. Mi ricorda casa”.

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